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Cap and Trade e mercati artificiali: analizziamo i principali strumenti economici di tutela ambientale

Sapete cos'è il Cap and Trade? Non è altro che un termine volto ad indicare la regolamentazione del mercato, da parte dello Stato, volta a ridurre l'inquinamento prodotto dall'attività industriale o di impresa. Questo solitamente avviene attraverso la creazione di "𝗺𝗲𝗿𝗰𝗮𝘁𝗶 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗶".

Negli esempi che faremo di seguito ci accorgeremo che la mano dello Stato non si limita a correggere i mercati esistenti, incidendo sulla formazione dei prezzi o sul livello d'informazione del consumatore (come avviene grazie alle eco-etichette), ma si adopera nella creazione di veri e propri mercati, definiti per l'appunto artificiali.

Il primo mercato che andremo ad analizzare è quello dei "𝗽𝗲𝗿𝗺𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗱'𝗶𝗻𝗾𝘂𝗶𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼". 

𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚: si sceglie la quota massima di inquinamento che si è disposti ad accettare e successivamente la si ripartisce fra le varie imprese operanti nel mercato (vengono confezionati permessi o quote di inquinamento).
Si lascia poi la possibilità, agli operatori economici, di vendere o acquistare questi permessi al prezzo di mercato, creando cosi un mercato artificiale che ha come oggetto "la possibilità di inquinare".

Questo sistema ha sollevato non pochi dubbi, in quanto in concreto si finisce con il "dare un prezzo all'inquinamento".

Sulla stessa logica, seppur con alcune differenze, si basa il sistema italiano dei "𝗰𝗲𝗿𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗶 𝘃𝗲𝗿𝗱𝗶", sistema che in realtà è quasi in via di superamento.

Si tratta di un sistema volto a creare una domanda di energia da fonti rinnovabili fondata su un obbligo di legge, allo scopo di sviluppare la corrispondente offerta e contribuire all'aumento del quantitativo complessivo di energia rinnovabile.

La norma di legge in questione è l'art. 11, comma 1, d.lgs. 16 marzo 1999, n. 79, che obbliga i produttori di energia elettrica da fonte non rinnovabile ad immettere ogni anno nel sistema elettrico nazionale una quota di energia prodotta da fonti rinnovabili; inizialmente pari al 2% di quanto prodotto, per i produttori che immettono più di 100 GWh/anno (oggi le quote si sono modificate).

Il sistema consente, ai produttori di energia "verde", di ricevere un finanziamento per l'energia prodotta, che si va a sommare alla possibilità di vendere la stessa ad altri operatori economici (magari non in grado, autonomamente, di raggiungere la soglia del 2%).

Infine andiamo ad analizzare ora il sistema dei "𝗰𝗲𝗿𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗶 𝗯𝗶𝗮𝗻𝗰𝗵𝗶", o titoli di efficienza energetica. Questo sistema è stato instituito con la finalità di realizzare progetti di risparmio energetico da parte di enti distributori di energia elettrica e di gas naturale. 

Anche qui attraverso una norma di legge si pone l'obbligo di un comportamento che i distributori, in condizioni normali, non realizzerebbero mai perché ostativo della loro massimizzazione del profitto.

Questi certificati bianchi vengono emessi sulla base di "progetti di risparmio energetico" presentati dai distributori o dalle ESCO (Energy Servic Companies). I progetti devono essere approvati dall'autorità per l'energia elettrica e il gas, la quale è competente a verificare l'effettiva entità del risparmio.

Accanto al sistema dei mercati artificiali vi sono altre tipologie di strumenti volte a tutela l'interesse ambientale all'interno dell'economia di mercato. 

Per citarne alcuni importanti sono le "𝗲𝗰𝗼-𝗲𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲𝘁𝘁𝗲", attraverso le quali si contribuisce ad informare al meglio il consumatore sul prodotto in questione, sulle sue qualità, incidendo sul mercato attraverso l'accresciuta capacità di scelta del consumatore stesso.

Vi sono poi i più vecchi strumenti di "𝗰𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼", volti a stabilire, attraverso una normativa di legge, un determinato standard o livello d'inquinamento che non deve essere superato e sul quale è vigile l'occhio dello Stato, che si concreta anche in sanzioni pecuniarie.

Sanzioni che molto spesso si sono rivelate totalmente inutili in quanto l'efficacia della misura repressiva dipende in concreto dal rapporto fra costo economico dovuto all'adeguamento dei propri mezzi economici e costo economico dovuto al pagamento della misura repressiva. 

Fintanto che il costo della "multa" è minore del costo dovuto all'adeguamento dei propri mezzi di produzione, il produttore preferirà internalizzare la sanzione, piuttosto che adeguarsi ai requisiti richiesti per la produzione ecosostenibile. 

10/09/2019

Ferri Bontempi Gianni